Viera Bartková
Gli artisti provenienti dalla Slovacchia nel primo terzo dell'Ottocento, e annoverati nei documenti del “Tabularium Vicariatus Urbis” (Archivio Storico Diocesano di Roma, Archivio Storico di Roma del Vicariato) e nei periodici romani dell'epoca

Tra gli artisti provenienti dalla Slovacchia che entrarono a far parte della comunità internazionale di Roma si annovera l’importante figura di Eduard Spiro di Bratislava. Spiro giovò del sostegno dell’Ambasciatore della monarchia Anton Apponyi, grazie al quale lavorò a Milano e a Roma dal 1821 al 1830. Due lettere di raccomandazione preannunziarono il suo arrivo a Roma, nell’autunno del 1821, procurandogli l‘attenzione dei più importanti rappresentanti dell’arte e della cultura classicista della città eterna. Il pittore milanese Gioacchino Serangeli presentò Spiro allo scultore Bertel Throvaldsen, e il conte Giulio Perticari, scrittore e linguista, lo mise in contatto con l’archeologo e critico dell’arte Giuseppe Tambroni. L’immagine classicista delle opere di Spiro, e il supporto da parte di vari illustri personaggi, gli aprirono le porte degli ambienti ufficiali della scena artistica romana. Egli non solo partecipò, nel 1829, a una serie di mostre e attività organizzate dagli artisti che costituirono la Società degli Amatori e Cultori delle Belle Arti, ma vide anche le sue opere pubblicate sul più influente periodico romano intitolato Giornale Arcadico di Scienze, Lettere ed Arti (1824, 1829).

Un altro artista che destò l’interesse della scena romana fu Carlo Marko il Vecchio di Levoča. Marko giunse a Roma all‘incirca un decennio dopo Spiro, ed espose le sue opere nelle mostre della Società degli Amatori e Cultori delle Belle Arti. Nel 1835, in un articolo per Il Tiberino - periodico romano dedicato alle belle arti -, egli ricevette l’elogio di Augusto Benvenuti per i suoi quadri e per le “vaghe e succose tinte, ma un poco disarmonizzate per mancanza di prospettiva aerea". Dopo il suo trasferimento, nel 1838 a Pisa e, successivamente, a Firenze, Marko seguitò a presentare i propri lavori nell’ambito degli eventi artistici della “Società”.

Una sostanziale fonte di informazioni sui soggiorni degli artisti provenienti dalla Slovacchia ci è giunta mediante i cataloghi delle mostre, gli articoli dei periodici, e le liste degli artisti e degli artigiani che venivano stilate per il mercato dell’arte. Tali liste richiedevano, tuttavia, lunghi tempi di produzione e non tutti gli artisti capitavano “al posto giusto, nel momento giusto“. Fortunatamente Spiro vide il suo nome apparire nella lista del 1824, assieme ai dati personali di due altri artisti slovacchi: il pittore Štefan Ferenczy di Rimavská Sobota, e il pittore František von Balassa di Bratislava. Egli fu però il solo artista slovacco ad avere l’onore d’essere incluso nella lista del 1830. Nel 1831, a meno di un anno dalla pubblicazione della seconda lista di Keller, Spiro tornò a Roma, per poi trasferirsi nuovamente forse prima della pubblicazione della versione aggiornata di Brancadora del 1834. Una simile sorte si ipotizza per Balassa il quale, secondo le fonti dell’epoca, si trovò a Roma per la seconda volta intorno al 1830. Ebbero ancora minor fortuna Carlo Marko il Vecchio, a quanto pare stabilitosi a Roma dopo il 1834, e Jozef Daniel Böhm, scultore e grafico di Spišské Vlachy durante i suoi due soggiorni a Roma (1821-22 e 1825-28).

Per estendere la ricerca al periodo precedente, si è fatto affidamento alle sole registrazioni della polizia per stranieri che, dal 1816, a seguito della riforma del sistema burocratico, furono effettuate con aumentata precisione. Ciò nonostante, i ricercatori italiani dubitano che il materiale in questione sia integro e temono che in nessuno dei frammenti scoperti finora si faccia cenno ai nostri artisti. Eppure è apparsa una nuova speranza. È parere degli scienziati italiani che si sposti l'attenzione sul materiale già usato dallo storico tedesco Friedrich Noack, ovvero sul cosiddetto inventario delle anime (Status Aniumarum /Stato delle Anime) delle varie parrocchie romane, attualmente conservato nell‘Archivio Storico Diocesano di Roma (Archivio Storico del Vicariato di Roma). Simultaneamente si proseguirà la ricerca con la lettura dei periodici dell’epoca e con lo studio dei documenti relativi alle mostre degli artisti che soggiornarono e crearono a Roma.

Bohumila Ferenčuhová
La Piccola Intesa tra Francia e Italia 1914 – 1940

Nel 2015 proseguirò nella ricerca sulla tematica citata presso alcuni archivi romani (Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Archivio Centrale di Stato, Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), concentrandomi in particolare sul periodo degli anni ‘30 del XX secolo. Dopo l’ascesa al potere di Hitler si spostarono anche le priorità della Piccola Intesa, come dichiarò Milan Hodža a Bratislava nel febbraio 1934: Contro un vicino oggi di nuovo in armi non resta null’altro che un accordo tra parti più deboli, unite da interessi comuni. [...] La Piccola intesa è l’alfa e omega della politica estera cecoslovacca. Noi slovacchi lo sappiamo, ma non solo dai tempi del mutamento politico. Le sue parole contengono anche un appello per la politica estera cecoslovacca. Non è assassino della verità soltanto colui che la uccide direttamente, ma se ne rendono colpevoli anche coloro che reagendo con comoda debolezza e dabbenaggine consentono l’assassinio della verità.

Un singolo individuo non determina il corso della storia. Neppure Milan Hodža, dalla sua poltrona di primo ministro, riuscì ad invertire l’avverso sviluppo delle circostanze storiche del tempo, che sfociarono poi nella II guerra mondiale. Hodža prevedeva di consolidare il blocco centroeuropeo e inizialmente di intraprendere una collaborazione tra la Piccola Intesa e i paesi dei Protocolli di Roma (Austria e Ungheria), che collaboravano politicamente ed economicamente con l’Italia. La ricerca negli archivi italiani permette di analizzare questa problematica dal punto di vista di questa ambiziosa potenza.

Eva Frimmová
La Santa Sede e i legati pontefici a cavallo tra il XV e il XVI secolo

Il periodo tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento è stato caratterizzato dall'autorità suprema del Papa, il quale influenzò notevolmente tutto il mondo cristiano intervenendo nelle varie attività politiche dei paesi dell’Europa. Di prioritaria importanza furono la difesa o l’espansione dei propri territori, e il mantenimento dell’equilibrio tra le potenze europee. Si presentò, a seguito della minaccia dell'invasione ottomana, l’ulteriore necessità di difendere tutta la cristianità. I papi potevano contare su una vera e propria rete di collaboratori ecclesiastici. Menzioniamo, primi fra tutti, i cardinali e i legati apostolici, i quali erano designati in circostanze speciali e con compiti specifici. La loro posizione e le loro missioni variavano da un paese all'altro. Ho intenzione di completare la ricerca su alcuni di questi personaggi, in particolare qualora essi siano stati connessi alla Slovacchia.

Martin Homza
Svatopluco I nei progetti della Sede Petrina: Una tematizzazione di un personaggio storico

Svätopluk I († 894), sovrano di Nitra e Moravia e re dei Slavi, ebbe un ruolo significativo nei piani della Curia Romana. Ciò ottiene conferma da un corpus di diverse lettere che i papi Adriano II, Stefano V, e Giovanni VIII hanno indirizzato a questo Sovrano. Il numero effettivo di questi documenti, nonché il loro contenuto, motivano la raffigurazione dello Svätopluk come un personaggio di primaria rilevanza e, per svariate ragioni, come un punto di partenza per gli interessi ecclesiastici e politici dei papi romani.

Tra i governanti europei contemporanei ad est delle Alpi, a superarlo in importanza (fino al 864) fu solo il principe dei Bulgari (nei documenti romani indicato come Re) Boris I. Sottovalutata, ed incomparabilmente più importante, risulta invece l’importanza di Svätopluk nel contesto delle relazioni reciproche, nei secoli successivi, tra l’Europa centrale e i successori di San Pietro. Ciò diventa più che evidente soprattutto in confronto con i primi re ungarici, oppure con i re e i principi dei Polacchi e dei Boemi. L’importanza della posizione contemporanea di Svätopluk I è stata accresciuta dalla sua doppia consanguineità con la dinastia Carolingia (sua moglie era figlia di Carlo Magno e lui stesso era il padrino di Sventibaldo di Lotaringia, figlio del fratello di sua moglie e sovrano di Carinzia, Arnolfo). Svätopluk I e il suo regno degli Slavi, con il suo arcivescovato subordinato direttamente a Roma, ebbe un ruolo importante nei progetti  di consolidamento dell’Impero latino Romano, nei tempi dell’imperatore Carlo III il Grasso. Secondo una serie di indici, in questo affare Svätopluk I, attorno al 884, avrebbe fatto personalmente visita alle soglie (limina apostolorum) di san Pietro a Roma.

Come si evince da quanto detto sopra, Svätopluk I e il suo governo diventarono per i pontefici romani un precedente giudiziale in senso sia ecclesiastico sia civile. È ben chiaro che la potenza dell’immagine di Svätopluk, come primo sovrano slavo leale a Roma nell’Europa centrale, non è passata inosservata dagli ideatori della politica slava e centro-europea dei papi a partire dai tempi antichi e successivamente in tutti i momenti particolari della storia papale e di quella della Chiesa cattolica. Questa potenza è marcatamente visibile nell’arco dei secoli X e XI, nei tempi della Renovatio imperii in cui un regno slavo con il suo re e il suo arcivescovato, sotto la sovranità dell’Impero e del Papato, avrebbe dovuto svolgere, accanto alle tre parti imprescindibili dell’Impero romano, cioè Gallia, Germania ed Italia, un ruolo equivalente nella storia dell’Europa cristiana. In un contesto un po’ diverso si è ripresentata l’idea di attualizzazione del regno slavo nei tempi dell’inasprimento delle tensioni tra l’autorità della Chiesa e l’autorità secolare negli ultimi decenni del secolo XI. Proprio a quel tempo ebbero inizio, negli ambienti benedettini di Roma, le due più illustri leggende di Svätopluk I: La Leggenda di Nitra (redatta nei primi anni del secolo XII, sulla base del più antico originale di Nitra, dal primo cronista ceco Kosmas) e la Leggenda redatta nella forma finale dal presbitero Dukljanin alla fine dello stesso secolo XII. Non è dunque un caso che proprio durante il pontificato di san Gregorio VII, nel corso della culminante lotta per le investiture con l’Imperatore Enrico IV, si sia effettuata, secondo l’opinione degli editori delle lettere della Curia romana sopra menzionate, la loro prima trascrizione.

Una nuova qualità nella tematizzazione della problematica di Svätopluk fu introdotta nel secolo XV da Ennea Silvio Piccolomini, il futuro Papa Pio II (†  1464) nella sua Cronaca Boema. Questo autore ha arricchito semanticamente la storia più antica sull’ingresso volontario del re Svätopluk nell’eremo dell’ordine Benedettino sul monte Zobor che domina Nitra. Questo arricchimento consiste nella narrazione di come le reliquie di Svätopluk siano state trasferite a Velehrad in Moravia e dopo direttamente a Praga. Questa storia è diventata il nucleo della narrazione successiva, che dal sovrano di Nitra, della Moravia e degli slavi creò gradualmente non solo un Santo, ma anche un esemplare di sovrano secolare, fedele a Roma, che davanti alle gioie di questa vita ha preferito una vita nel silenzio e nella preghiera. Nei tempi della riforma, delle lotte dell’Imperatore Carlo V e la Santa Sede per il ristabilimento dell’universalismo latino in Europa centrale e occidentale, la tematizzazione di questo racconto stava guadagnando una nuova forza. Non è una sorpresa che i mezzi d’informazione contemporanei assimilino l’uscita di scena di Carlo V con l’ingresso leggendario di Svätopluk I al monastero. Sovrano degli Slavi leale di Roma e della Santa Sede al tempo stesso è diventato il protagonista di produzioni letterarie-teatrali dei Gesuiti a Ratisbona (Suatocopius rex eremita. Suatocopius ein König in Mähren (...) Welchen auf offentlicher Schau-Bühne vorgestellt die studirende catholische Jugendt des Gymnasii der Societet Jesu in Regenspurg... 1696).

È chiaro, che il tema di Svätopluk I fu, durante il Medioevo e la prima età moderna, continuamente riattualizzato dalla Curia Romana nei suoi rapporti con l’Europa centrale. L´obiettivo del mio soggiorno di ricerca a Roma è dunque di portare nuove informazioni importanti in questa problematica e di accorparle in un testo storico e scientifico completo. Questo testo si allaccerà direttamente alla ricerca attuale che ho recentemente ultimato. Vedi: Homza, Martin et al. Svätopluk v európskom písomníctve: Štúdie z dejín svätoplukovskej legendy. Bratislava: Post Scritum, 2014, 9–161, ed altri.

Da quanto detto risulta chiaro che l’archivio di primaria importanza sarà per me l’Archivio Segreto Vaticano (ASV), e l´Archivum Romanum Societatis Iesu (ARSI), le cui fonti iniziano a metà del secolo XVI. Nel primo dei due archivi viene conservato, a mo’ d’esempio, anche il famoso Rapporto dell’arcivescovo di Strigonio Juraj Slepčiansky steso alla fine del secolo XVII.

Pavol Jakubčin
Gli slovacchi in esilio in Italia nel periodo del dopoguerra, e il loro rapporto con la patria

Questo progetto si propone di studiare le carte degli esuli slovacchi che trascorsero alcuni anni della loro vita in Italia. Costoro raggiunsero il Bel Paese in varie ondate, e per ragioni molteplici. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, si rileva l’arrivo di un gruppo consistente di migranti. Quest’ultimo accoglieva sia coloro che fuggivano dalla Slovacchia spaventati dall’avanzata dell’Armata rossa verso l’Italia, sia i soldati dell’Armata slovacca impegnati sul fronte italiano e che per diversi motivi restarono fuori patria. Tra il 1945 e il 1948, si riscontra un ulteriore cospicuo gruppo di slovacchi composto da preti e da studenti di teologia. In questo periodo, molti di questi studenti vennero inviati a Roma al seguito dei loro vescovi o dei rappresentanti dell‘ordine religioso affinché potessero continuare gli studi teologici presso una delle università del Papa. A causa dei cambiamenti del sistema politico introdotti nel 1948, costoro non poterono rimpatriare in Slovacchia.

Peter Jašek
I dissidenti slovacchi e i contatti con l’Italia e con la Santa Sede tra il 1965 e il 1989

Questo progetto di ricerca mira ad analizzare l’opposizione e la resistenza al regime comunista in Slovacchia, focalizzando l’attenzione sui contatti con l’Italia e sulle relative influenze tra il 1965 e il 1989. Questa ricerca riprende l’omonimo titolo dello scorso anno e ne approfondisce lo scopo. I contatti con l’Italia si sono svolti in due circuiti principali. La Chiesa clandestina ha rappresentato la primaria e più tenace corrente anticomunista nella Slovacchia degli anni ‘70 e ‘80. L’emigrazione sacerdotale slovacca si è concentrata a Roma e particolarmente attorno all'Istituto Slovacco dei Santi Cirillo e Metodio, il quale funse anche da editore di letteratura religiosa distribuita segretamente in Slovacchia. Particolare importanza ebbe la Redazione slovacca della Radio Vaticana.

La seconda cerchia di contatti è rappresentata dai rapporti di Alexander Dubček, leader del processo di liberalizzazione politica del 1968, divenuto poi nemico del regime dopo l’occupazione e durante la normalizzazione - addirittura uno degli avversari più rigidamente controllati in assoluto. Grazie al fatto che gli (euro)comunisti italiani seguissero intensamente il processo di rinnovamento del 1968 , Dubček acquistò popolarità nella penisola italiana. I rappresentanti del PCI intrattennero stretti rapporti con Dubček durante tutta l’epoca della normalizzazione, e gli offrirono un saldo sostegno facendogli anche pervenire da Roma la letteratura proibita in patria. Fu grazie all’assistenza dell’Italia che si materializzò il suo ritorno nell’agone politico nel 1988.

Beáta Katrebová Blehová
I rapporti tra il Partito Comunista Italiano, il Partito Comunista della Cecoslovacchia e il Partito Comunista della Slovacchia nel periodo 1968-1989 nel più ampio contesto politico internazionale

Nel contesto della storia del movimento comunista del XX secolo, costituiscono un importante capitolo le relazioni tra i partiti comunisti dell’Ostblock (Blocco orientale) - che gradualmente, a partire dal 1945, imposero la dittatura di un solo partito negli stati dell’Europa centrale ed orientale -, e i partiti comunisti dell'Europa occidentale che , facenti parte di un sistema politico pluripartitico,  in maggiore o minor misura contribuirono alla formazione del potere politico.

I primi contatti tra il Partito Comunista della Cecoslovacchia e il Partito Comunista Italiano risalgono al momento della creazione del Comintern da cui emersero entrambi come delle sezioni sotto il controllo diretto di Mosca bolscevica. Diversamente, le specifiche esigenze del movimento comunista slovacco lo vollero completamente subordinato alla leadership del Partito Comunista della Cecoslovacchia, alias alla politica del Comintern. Il sistema politico italiano dopo la seconda guerra mondiale presentava la singolare caratteristica di una sinistra radicale stalinista più forte della sinistra democratica. Tuttavia, intorno alla metà degli anni Cinquanta, furono gli stessi comunisti italiani ad aprire gli sforzi diplomatici verso la leadership comunista in Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria, con gli obiettivi di stabilire un contatto diretto con la Santa Sede e di regolare i rapporti tra Vaticano e stati socialisti. Dall’inizio degli anni Sessanta si apre un nuovo capitolo dei rapporti tra la Santa Sede e i paesi del socialismo reale.

Riguardo al contesto delle relazioni slovacco-vaticane nel periodo conciliare e postconciliare, si presenta allo storico l´interessante fenomeno di interferenza in campo propagandistico e mediatico. Un capitolo che richiederebbe un’esplorazione analitica concerne la cooperazione tra i comunisti italiani e la Sicurezza Statale (“ŠtB”, ne è l’acronimo slovacco) nell’osteggiare le attività dell’emigrazione ecclesiale slovacca e quella politica in Italia.

Parzialmente elaborata dalla ricerca storica è la reazione del Partito Comunista Italiano al periodo della Primavera di Praga, all'invasione delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia e alla successiva liquidazione del processo di riforma. La direzione del Partito Comunista Italiano non accettò mai la posizione sovietica sugli eventi in Cecoslovacchia nel 1968 e, anche se non ebbe il coraggio di rischiare apertamente una rottura con la leadership sovietica, e quindi l´uscita dal campo socialista, continuò a simpatizzare con il riferimento ideologico della Primavera di Praga nella speranza di una riforma del regime comunista. Il conflitto senza dubbio diede luogo nel movimento comunista a un nuovo flusso di pensiero chiamato eurocomunismo - vale a dire il comunismo dal volto umano rappresentato dai partiti comunisti dell'Europa occidentale -, che fu caratterizzato da un rifiuto del corso neostalinista dell’era di Brežnev. Durante gli anni settanta, Mosca iniziò a esaurire ogni interesse per i partiti dell'Europa occidentale, e il ’75 segna l'inizio della fine del movimento comunista dalle dimensioni internazionali ed europee. La fede nella riformabilità del "socialismo reale", l’atteggiamento conciliante verso il riferimento ideologico della Primavera di Praga e dei suoi maggiori protagonisti cominciarono a manifestarsi in forma acuta durante la Perestrojka di Gorbaciov e servirono all’inasprirsi dei conflitti tra il Partito Comunista Italiano, il Partito Comunista della Cecoslovacchia e il Partito Comunista della Slovacchia.

Il culmine degli sforzi per la riabilitazione della figura di Alexander Dubček può essere considerata la pubblicazione della sua intervista nel corpo di stampa del Partito Comunista Italiano L'Unità, il 10 gennaio 1988. La Fondazione Istituto Gramsci di Roma ospita l’Archivio del Partito Comunista Italiano con una ricca collezione di documenti inerenti le relazioni intercorse, durante tutto il XX secolo, tra il Partito Comunista Italiano, il Partito Comunista della Cecoslovacchia e il Partito Comunista della Slovacchia. Un così valido serbatoio di dati merita ulteriori esplorazioni profonde e nuove elaborazioni.

Eva Specogna Kotláriková
Il ruolo educativo dell´Accademia di San Luca tra il XVII e il XIX secolo e la sua influenza sull´insegnamento dell´architettura nell´Europa Centrale

Il progetto di ricerca, nell'ambito del dottorato, si pone l'obiettivo di analizzare, tramite studi a campione, i metodi e i processi in uso, tra il XVII e il XIX secolo, per l’insegnamento dell´architettura all´Accademia di San Luca a Roma. Saranno presi in considerazione i legami con l´Accademia delle Belle Arti di Vienna, con l'odierna Slovacchia e con le altre accademie private in Europa centrale. Il soggiorno di ricerca romano consentirà di stilare una prima mappatura delle fonti. Particolare attenzione sarà data alle lezioni di Mattia de Rossi, Gregorio Tomassini, Domenico Martinelli, Francesco Fontana e Filippo Juvarra, giunte fino a noi dal XVII e XVIII secolo e dal periodo in cui Pietro Nobile studiò all'Accademia prima di diventare direttore dell´Accademia viennese (XVIII e XIX secolo). La ricerca riguarderà anche i materiali didattici circolanti fuori dall’ambiente accademico (insegnamento diretto agli architetti o in accademie private). Saranno analizzati in dettaglio anche i soggiorni Romani e il corso di studi offerto dall´Accademia Viennese a Roma (con particolare riguardo agli studenti ivi giunti dall´odierna Slovacchia).

Robert Gregor Maretta
La Santa Sede e i Canonici regolari premostratensi in Slovacchia nel Medioevo

I Canonici regolari premostratensi erano nel Medioevo una delle più importanti comunità religiose in Slovacchia. Oltre alla funzione puramente religiosa, la loro importanza nella storia della Slovacchia è stata accentuata dal fatto che alcuni dei loro conventi operassero anche nell´ambito del diritto secolare essendo essi adibiti a luoghi credibili (loca credibilia), ovvero notariati pubblici collegati anche al funzionamento degli archivi pubblici provinciali (archivum publicum seu regnicolare).

Negli ultimi decenni, si registra un maggior interesse per la storia dei canonici regolari premostratensi in Slovacchia, comparendo sia come argomento delle tesi di laurea sia negli studi degli esperti sui vari conventi o sull’attività diplomatica dei luoghi credibili intorno ad essi. Nell´area della diplomatica si è finora prestata più attenzione ai cosiddetti documenti di fondazione di alcuni monasteri. I documenti pontifici a proposito dei Premostratensi in Slovacchia (nel Regno d'Ungheria) hanno finora ricevuto una minore attenzione. Tutti i lavori precedenti sono stati dedicati al solo sviluppo storico e sono scevri di un’approfondita analisi diplomatica dei documenti pontifici rilasciati per i premostratensi, poiché la loro autenticità era finora considerata agevole e non problematica.

Il progetto di ricerca si incentrerà sui documenti dell’attività di ufficio apostolico in relazione ai monasteri premostratensi in Slovacchia (nel Regno d'Ungheria), e in particolare ai conventi di Jasov e Leles.

Ivan Albert Petranský
La situazione in Slovacchia dalla prospettiva della trasmissione slovacca della Radio Vaticana

Il progetto di ricerca si concentra sulla trasmissione in Slovacchia della Radio Vaticana in merito agli eventi dell'era comunista. L'inizio della trasmissione della RV in lingua slovacca (dicembre 1947) coincide quasi con l'inizio del controllo della Cecoslovacchia da parte del partito comunista. Lo scopo della trasmissione slovacca includeva anche la libera informazione riguardo alla persecuzione della chiesa cattolica in Slovacchia, alle attività della chiesa cattolica e presentava la situazione della Slovacchia sotto il governo comunista. In tal modo la RV informava la società slovacca in maniera alternativa rispetto all'informazione ufficiale e questo provocò la reazione del potere di Stato in Cecoslovacchia.

Il progetto, in ordine cronologico, descrive il periodo dal 1948 (il colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia) fino al 1989 (la Rivoluzione di Velluto). Si concentra sia sull'analisi del tipo di informazione della trasmissione della RV sia sull'informazione degli altri settori se connessi con la situazione in Slovacchia, e in Cecoslovacchia in generale. Il progetto si prefigge inoltre di verificare l'impatto sulla trasmissione pubblica in Slovacchia, la percezione dell'azione della RV e della trasmissione slovacca da parte del governo Cecoslovacco, e i suoi tentativi di influenzarla attraverso la rappresentanza straniera ufficiale o i servizi segreti.

Alena Piatrová
Jozef Cincík e l’Istituto slovacco dei ss. Cirillo e Metodio a Roma / riflessione sull’opera artistica realizzata presso l’Istituto slovacco dei ss. Cirillo e Metodio a Roma

La situazione e gli avvenimenti nell’ex Ceco–Slovacchia dopo la seconda guerra mondiale ebbero tra le varie conseguenze un grande movimento d’emigrazione. A lasciare la patria non furono soltanto i rappresentanti della vita politica – in particolar modo i protagonisti dello Stato slovacco -, ma anche i più noti attivisti della vita socio-culturale in Slovacchia. Tra i primi rifugiati del 1945 vi furono, insieme ai politici, anche i rappresentanti della “Matica slovenská”, un’istituzione culturale di livello nazionale. Ne faceva parte Jozef Cincík (1909 – 1992) - a quel tempo segretario della Sezione artistica dell’istituzione –, critico e storico dell’arte, archeologo, attivista, scenografo e artista. Dopo il travagliato viaggio di fuga dalla Slovacchia si stabilì negli Stati uniti, ma prima della sua partenza per il continente americano visse per un periodo breve a Roma dove, nel dopoguerra, risiedeva una comunità slovacca. In questa città Cincík ebbe contatti con le personalità dell’esilio slovacco, e vide la nascita della sua collaborazione con l’Istituto slovacco dei ss. Cirillo e Metodio che seguiterà anche dopo la sua partenza per gli USA ove si dedicò a tempo pieno alla realizzazione delle sue vetrate per le chiese. Negli USA e in Canada egli creò circa 130 vetrate sacre, prevalentemente per le chiese dei cattolici slovacchi.

I pellegrini che hanno visitato l’Istituto pontificio dei ss. Cirillo e Metodio a Roma hanno potuto ammirare le opere di Jozef Cincík nella Cappella e nell´atrio dell’Istituto (1958, le vetrate e il mosaico). L’iconografia delle opere è incentrata sulle figure dei santi fratelli Cirillo e Metodio e sull’arrivo di san Metodio nel bacino dei Carpazi (atrio).

Cincík ha collaborato anche con la casa editrice dell’Istituto slovacco dei ss. Cirillo e Metodio a Roma e ha illustrato più di cinquanta libri. Quasi tutti i libri degli scrittori e dei poeti slovacchi vissuti in esilio sono stati illustrati da Cincík, tra i quali si ricordano M. Šprinc, K. Strmeň, J. Okáľ. Per diversi anni egli ha collaborato con la rivista Most, fondata da Mikuláš Šprinc.

L’obiettivo del nostro progetto di ricerca è l’analisi storico-artistica delle opere d’arte realizzate in collaborazione con l’Istituto slovacco dei ss. Cirillo e Metodio a Roma.

La ricerca si concentra sull’indagine sulle motivazioni dominanti, sul programma iconografico, sul contesto culturale, sociale, storico e artistico in cui sono state realizzate le vetrate e i mosaici.

Peter Slepčan
L’attività dell’episcopato slovacco nel periodo antecedente e durante la prima Repubblica Slovacca (1938 – 1942)

Questo progetto di ricerca è la continuazione del fruttuoso studio compiuto l´anno scorso che aveva avvalorato la tesi dell´importanza degli archivi vaticani per la conoscenza della storia slovacca. Ne è un valido esempio lo studio del Sillabo di Pio XI contro il razzismo del 1938, al quale fu dedicata, l’anno seguente, molta attenzione alla facoltà teologica di Bratislava.

Il ruolo della Chiesa cattolica nel periodo della prima Repubblica Slovacca è un tema ampiamente e approfonditamente discusso. L’attenzione degli storici ad oggi si è concentrata più su un numero confinato di personalità clericali che sulla formulazione di un quadro generale. Inoltre l’obiettività degli studi può aver risentito dal fatto che l’autorità principale della Chiesa cattolica sia lo stesso collegio dei vescovi.

Il collegio dei vescovi slovacco era formato da vescovi diocesani - Karol Kmeťko (diocesi di Nitra), Marián Blaha, e in seguito da Andrej Škrábik (diocesi di Banská Bystrica), Ján Vojtaššák (diocesi di Spiš) e Pavol Gojdič (episcopato greco-cattolico di Prešov) -; da vescovi amministratori apostolici - Pavol Jantausch (amministrazione apostolica di Trnava), Jozef Čársky (amministrazione apostolica di Prešov) -; e da vescovi ausiliari presso le amministrazioni apostoliche - Michal Buzalka (amministrazione apostolica di Trnava) ed Eduard Nécsey (amministrazione apostolica di Nitra). Il collegio dei vescovi si riuniva regolarmente con l’obiettivo di gestire e risolvere i problemi del tempo. Uno dei suoi compiti fondamentali era quello di conservare la vita religiosa anche nelle dure condizioni belliche e sotto la pressione del nazional-socialismo tedesco. I vescovi reagivano agli eventi di attualità e, mediante il rappresentante diplomatico della Santa Sede, Giuseppe Burzio, mantenevano i contatti con la Santa Sede. Una posizione di rilievo nell’ambito di questi contatti è quella del vescovo ausiliare Michal Buzalka. Questi era l’unico vescovo che viveva e lavorava nella capitale, dove dirigeva il locale seminario centrale. Fu una delle personalità principali dell’Azione Cattolica in Slovacchia, in tutte le sue componenti, ovvero l’Associazione della Gioventù Cattolica e l’Agenzia di stampa cattolica, con la pubblicazione del giornale Katolícke noviny. Un’altra funzione importante era l’attività pastorale nell’esercito. Tutto questo contribuì a renderlo sempre ben informato e a diventare un prezioso collaboratore del rappresentante diplomatico della Santa Sede in Slovacchia, Giuseppe Burzio, come rispecchiano anche le sue comunicazioni diplomatiche al Vaticano. È necessario verificare questa ipotesi e al tempo stesso valutare i contatti più articolati con la Santa sede anche da parte degli altri vescovi. Mi riferisco qui ai contatti bilaterali tra l’episcopato e la Santa Sede, la cui analisi presso gli archivi vaticani aiuterà a fornire maggiore obiettività alla questione della posizione e del ruolo della Chiesa cattolica in Slovacchia negli anni della prima Repubblica Slovacca. Nella ricerca archivistica dedicherò particolare attenzione al livello, all’intensità e all’obiettività delle reciproche informazioni tra la Slovacchia e la Santa Sede.

Igor Strnisko
Uno sguardo sulle attività degli autonomisti slovacchi nel contesto della possibile cooperazione con l´Italia di Mussolini (1923 – 1938)

L’obiettivo del progetto è di avvicinarsi all’attività che a quel tempo portò i radicali slovacchi del partito popolare slovacco di Hlinka e del partito slovacco nazionale ad avvicinarsi a Mussolini e a collaborare con il fascismo italiano. Nell’introduzione ho concentrato la mia attenzione sul viaggio di Tuka verso Roma nella metà degli anni Venti, con lo scopo di appoggiare l’organizzazione fascista paramilitare orientata alla Rodobrana. Non si trattava solo di fornire sostegno all’organizzazione, ma anche di realizzare l’ideologia fascista in Slovacchia durante la guerra. L’attività dei radicali ha solo rafforzato il centralismo della politica cecoslovacca e l’impari unione degli slovacchi in un unico stato (benché i diritti risultassero come uguali per tutti). La mia ricerca mira a risolvere i seguenti quesiti: A che cosa mirava, negli anni Trenta, l’appoggio slovacco autonomista nei confronti di Benito Mussolini? È stato percepito come una grande possibilità d’influenza per la politica estera? In che modo hanno collaborato? In che modo ha reagito il Ministero degli Affari Esteri della prima Repubblica cecoslovacca alla domanda di appoggio dei fascisti rispetto al modello fascista italiano e in che direzione si sarebbe realizzato? Come venivano giudicate queste attività in Vaticano? Confronterò le mie constatazioni e le mie conclusioni con quelle di altri autori che si sono occupati della stessa problematica (M. Hertel, O. Houska, M. Šmíd).

Mgr. Jozef Špilka
Le relazioni tra la Slovacchia e l'Italia nel XX secolo

Lo scopo principale di questo progetto è di proseguire e di approfondire la ricerca sistematica dei documenti concernenti la Slovacchia presenti negli archivi italiani. La problematica delle relazioni Slovacco-Italiane è oggi giorno ancora poco esplorata. Anche nel caso degli studi effettuati da alcuni esperti, si tratta sempre soltanto di un lato di un tema diverso e mai dell'obiettivo principale della ricerca. Questo progetto potrebbe presentare così un interessante contributo. Evolvendo questa tematica si pone l'importanza soprattutto sulle relazioni Slovacco-Italiane e sulla percezione della Slovacchia nell'ambiente politico italiano, particolarmente nell’ambiente democratico cristiano, come anche nell’ambiente del Partito Comunista Italiano. Per quasi tutto il XX secolo, la Slovacchia ha fatto parte della Repubblica Cecoslovacca, e pertanto è spesso considerata dalla prospettiva internazionale. Per condurre una ricerca di successo sul tema “Le relazioni Slovacco-Italiane nel XX secolo” è necessario far riferimento alle fonti archiviate soprattutto nell'archivio storico-diplomatico del Ministero degli Esteri della Farnesina, nel quale è custodita una grande quantità di documenti sulle relazioni internazionali e diplomatiche. L'archivio dell'Istituto di Luigi Sforza a Roma ci fornisce invece l'opportunità di analizzare la percezione della Slovacchia dalla prospettiva della Democrazia Cristiana; e l'archivio dell'Istituto di Antonio Gramsci ci consente di osservare l'immagine della Slovacchia e delle relazioni Slovacco-Italiane dal punto di vista del Partito Comunista Italiano.

Ján Štefanica
La politica estera della Repubblica Slovacca negli anni 1939-1945 in relazione alla Santa Sede e all'Italia

L’attuazione della politica estera della Repubblica Slovacca (negli anni 1939-1945) fu caratterizzata da uno stretto legame con le tematiche del riconoscimento giuridico-internazionale, il quale ebbe un significato sostanziale per la sua pratica applicazione della soggettività giuridico-internazionale del nuovo stato. Esiste già sia un prospetto completo sul rapporto tra la Slovacchia e la Germania nazista sia dei documenti d'archivio. È tuttora inesistente un altrettanto dettagliata ricerca sui reciproci rapporti tra la Repubblica Slovacca, l’Italia e la Sede Apostolica. Le analisi dello sviluppo di questo lavoro focalizzano l'attenzione sulla ricerca teorico-giuridica in materia di esecuzione del potere sul territorio dello stato e della sua popolazione; di garanzia di adempimento degli obblighi derivanti dal Diritto internazionale; di rapporto tra la Repubblica Slovacca, l’Italia e la Sede Apostolica nel periodo della seconda guerra mondiale. Una consistente porzione della ricerca sarà infine rappresentata dalle indagini scientifiche dei singoli istituti giuridico-internazionali nonché delle realtà giuridico-storiche che influenzarono negativamente le reciproche politiche estere. Per quanto concerne il carattere della Repubblica Slovacca verrà prestata particolare attenzione agli aspetti giuridico-internazionali del rapporto tra il Governo e la Santa Sede. Questa nuova complessa indagine su suddette tematiche sarà la più ampia sino ad oggi realizzata.

Svorad Zavarský
I padri slovacchi delle Scuole Pie e l’Arcadia Romana

L’Accademia dell’Arcadia, fondata a Roma nel 1690 da Gianvincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni, inaugurò una nuova tendenza letteraria, in base alla quale uno stile classicheggiante andava a fondersi con una filosofia di tipo razionalistico. Questa nuova tendenza letteraria mirava a eliminare le forme sovraccariche dello stile barocco.

Il Padre Innocenzo Dežerický da San Tommaso d’Aquino e il Padre Giovanni Crisostomo Hanulík, entrambi provenienti dalle Scuole Pie, furono, ciascuno a suo modo, legati alla celebre Accademia dell’Arcadia. Giuseppe Innocenzo Dežerický soggiornò a Roma dal 1742 al 1745, e lì, ricoprendo la carica di assistente generale, poteva consultare biblioteche e archivi, in primo luogo l’Archivio Vaticano; si giovò anche dell’amicizia di Giuseppe Simone Assemani che a quel tempo era il principale bibliotecario della Vaticana. Dežerický, con la sua grande cultura e umanità, divenne famoso fra gli eruditi che allora soggiornavano a Roma e partecipò spesso alle gare poetiche e retoriche che si tenevano all’Università della Sapienza e all’Accademia dell’Arcadia. Tuttavia, il suo nome non figura nel catalogo dei Pastori (cioè dei membri effettivi dell’Accademia). Nel 1743 Dežerický pubblicò a Roma un’operetta intitolata Pro cultu litterarum in Hungaria vindicatio, con lo scopo di difendere la produzione letteraria del Regno d’Ungheria. (A quell’epoca la Slovacchia faceva parte del Regno d’Ungheria e Bratislava era capitale del regno. Anche in questa città venivano incoronati i Re d’Ungheria.)

D’altra parte, Giovanni Crisostomo Hanulík fu senza dubbio il più importante poeta lirico latino proveniente dalla Slovacchia. Fu ascritto all’Accademia dell’Arcadia nel 1782 con il nome poetico di Seralbo Erimantico. Ciò nonostante, non raggiunse mai Roma. Anche se nell’estate del 1794, affascinato dalla cultura italiana antica, partì per l’Italia, poté raggiungere soltanto Venezia con i suoi compagni di viaggio.

I legami di questi due autori con l’Accademia dell’Arcadia dimostrano che le loro opere ebbero una fama sovrannazionale. Purtroppo però, questi due importanti autori della letteratura slovacca non sono stati ancora fatti oggetto di alcuna ricerca da parte dei critici letterari; ricerca che ho intenzione di svolgere nell’Archivio Generale delle Scuole Pie e nell’Archivio dell’Accademia dell’Arcadia a Roma. Questo studio mira a una miglior conoscenza di due personalità indubbiamente notevoli.

(Traduzione di Giacomo Dalla Pietà, poeta latino veneziano)

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